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sabato, 05 gennaio 2008 || commenti (1)
Per esperimenti 'sriberecci' ho bisogno di tant'aria fresca. Se volete trovarmi, vi dò un aiutino: "Scribacchiando" ovvero la mia nuova casa da 'entenne'
Non ho ancora scritto nulla. Attendete... dopo l'esame di Istituzioni di storia del cinema provvederò! |
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martedì, 18 dicembre 2007 || commenti
Andando a scartabellare tra i fogli di un passato non tanto lontano, tra un'influenza che se ne va e la nostalgia delle feste a venire, ho ripreso in mano i versi di Valery e la sua 'giovane parca'. Povero blog trascurato, abbandonato, tralasciato in virtù sebbene di nobili cause: l'esame di istituzioni di storia del cinema incombe e sperimento anch'io le mie sudate carte. Scrivendo, questa sera, assaporo un non so che di arcaico e nostalgico. Forse perché rituffata tra i tratti a inchiostro di quello che poteva essere, allora, l'eventuale copione per un provino. Lo scartammo entrambi, ricordi? E quando ho reincontrato una vecchia conoscenza nella biblitoca dell'università ho ripensato un po' anche a te. E alle cose che abbiamo amato e letto insieme. Non è tutto da buttare via. Va che ti va, oggi mi tocca scrivere quasi per flusso di coscienza, ché i pensieri si riversano disorientati su uno schermo confuso. Abbozzo sorrisi, trattengo una piega della bocca che si increspa a fior di pagina, impercettibile. Questa sera voglio annoiarvi e buttarla tutta qui, per intero, la mia buona vecchia Jeune parque. Prosit alla memoria.
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domenica, 02 dicembre 2007 || commenti (5)
E’ domenica mattina. Si fa per dire, è mezzogiorno passato. Gli occhi ancora stropicciati di sonno, al mio rientro da Roma, tante sono le cose da fare e da dire. Per prima cosa voglio mantenere una promessa. O meglio, sì, ho una promessa da mantenere, ma devo anche un favore a me stessa, ché,uscita da quella sala, non riesco a darmi pace. Ora, finalmente, giunge la quiete per buttar fuori quel fiume di fitte allo stomaco che spero di trasformare in discorso di senso compiuto. Passiamo dunque alla recensione, seria, fatta per bene, come l’ho promessa a Paolo. Gliela devo. Sono stata poche volte a Roma. O almeno, non tante volte come avrei voluto. E non avevo mai messo piede in un teatro della capitale. Fino a giovedì sera. Il Teatro dell’Orologio ha per me il sapore nostalgico del vecchio Teatro Juvarra di Torino. Uno spazio raccolto, intimo. Entrando nella sala grande e buttando un occhio alla scena si ha l’impressione di tornare a ritroso nel tempo, ai piccoli teatri d’off anni settanta. Lo spazio è una cosa sola, non esistono quarte pareti. E se la cosa è meravigliosamente intima da una parte, dall’altra incute nello spettatore un non so che di piccola paura. Sai che nel bene o nel male sarai completamente coinvolto da quel che accadrà. E infatti non oso sedermi in prima fila e arretro verso gli ultimi posti. Comunque, si è sempre troppo vicini. Si spengono le luci e si riaccendono. Due personaggi si presentano al pubblico, due scrivanie, due leggii e tanti fogli di carta: lettere. E’ questione di poco. Non appena Andrew e Melissa si siedono e le parole iniziano a diffondersi nell’aria, la paura viene meno per far posto a una calda intimità. Il teatro si trasforma in un microcosmo dove lasciarsi cullare dalle voci, dai ritmi orchestrati tra battere e levare, pause e silenzi e titubanze. Tutto nell’arco di una vita, tanto che alla fine, usciti di sala, pare d’ essere invecchiati un po’ con loro. Paolo Ferrari si trasforma e cresce davanti ai nostri occhi in una prova d’attore che ha del miracoloso . Seduto alla scrivania c’è un bambino, gambe ciondoloni, concentrato sul foglio. Le parole sgorgano dalla penna d’un fiato, così sarà il suo favellare. I ritmi della fanciullezza, le corse affannate di chi ha tutta la vita davanti . Le pause verranno dopo insieme alla maturità, ai silenzi, ai dubbi. Valeria Valeri è incantevole. Una bambina, una ragazza, una donna con le sue ambizioni, baratri di fragilità, il suo desiderio d’emancipazione, la volontà ferrea di distaccarsi da un ambiente sociale dove il troppo avere porta a stringer poco o nulla. Così che Melissa ricorderà con nostalgia i natali passati a casa di Andrew, in una semplicità domestica e pienezza di affetti che le saranno estranei nel corso di una vita. “Lettere d’amore” è fatto di sfaccettature impercettibili, disegni schizzati su fogli bianchi, immagini che si sovrappongono nella mente dello spettatore. Mi sono intenerita disegnando con Melissa il cocker di Andrew, con quegli occhi “che sono proprio i suoi”. E ho sentito nostalgia insieme a lui e mi si è allentato il cuore sognando sempre con lui gli occhi scuri del mio vecchio cane. In fondo tutti, in qualche modo, ci siamo scambiati le nostre lettere d’amore. Il più delle volte senza accorgercene. Non erano fatte di carta e inchiostro forse, ma c’erano, restano e il cuore cede un po’ e si fa una cosa sola con quello dei due protagonisti. Una malinconia leggera ma non troppo, capace di incidere ferite profonde portando alla luce i dolci ricordi del passato tanto che sembra quasi di sfiorarlo con mano. “Lettere d’amore” è una carezza e un pugno allo stomaco ben assestato: uno di quegli spettacoli che si vedono di rado, che lasciano il segno e danno da pensare per giorni. Per un momento, al termine del viaggio, avrei voluto che i due spazi si fondessero, che la mano di lei posasse sulla spalla di lui, accompagnandolo da lontano mentre scrive la sua ultima lettera all’unica donna per cui ha provato 'molto amore'. Avrei voluto che un capo biondo si abbandonasse sulla sua spalla a confortarlo in quegli accenni di passione e tristezza senza rimedio. Ma il tempo è tiranno e gli angoli vuoti non si possono colmare. |
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lunedì, 26 novembre 2007 || commenti (3)
Lettere d'amore di A.R. Gurney Paolo Ferrari, Valeria Valeri Regia di Giancarlo Zanetti Al teatro dell'Orologio di Roma Dal 13/11/2007 al 02/12/2007
Due singolari personaggi ripongono con cura dentro il cuore il segreto di un’amicizia rara, di cui si fanno reciprocamente dono. L’amore di una coppia per tutta una vita è stato spesso rappresentato nelle pagine più importanti della letteratura mondiale, appassionando i lettori di ogni generazione. (Alessio Noce) |
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domenica, 25 novembre 2007 || commenti (1)
E questa volta gliene ho cantate quattro. Perché non è la prima volta. Mostri la ricetta al bancone e ti scrutano da capo a piedi, avidi di scovare quei segni che confermino la loro certezza: tossicodipendente. " Lo sa che questa ricetta è scaduta? Lo sa, vero, che non la può riutilizzare?" Signorina dietro al bancone, se lei fa così, se lei si rifiuta di darmi più di una scatola del farmaco prescritto, io e lei si fa una bella chiacchierata. "Sa, sono in cura per depressione da tredici anni". Ha sorriso, di sbieco e ha chiesto scusa. Vogliamo parlarne signorina cara? E allora parliamone. Perché sono stanca, sono esausta. Si chiama depressione endogena, cronica per lo più. Ereditaria, perché nella mia famiglia le cose si fanno bene, si fanno in grande. E se riesco a condurre una vita normale è grazie a quei farmaci che lei lesina a mettermi in mano. Io non sono diversa, ma spesse volte l'ignoranza, quella brutta, ti confina ai margini della società. La depressione è una malattia, curabile e diffusa. Sono stanca di uscire dalle farmacie, sebbene di rado, con le lacrime a fior di ciglia. Se non sapete, rispettate il silenzio.
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martedì, 20 novembre 2007 || commenti
Il a mis le café
Dans la tasse Il a mis le lait Dans la tasse de café Il a mis le sucre Dans le café au lait Avec le petit cuiller Il a tourné Il a bu le café au lait Et il a reposé la tasse Sans me parler Il a allumé Une sigarette Il a fait des ronds Avec la fumée Il a mis les cendres Dans le cendrier Sans me parler Sans me regarder Il s'est levé Il a mis Son chapeau sur sa tête Il a mis Son manteau de pluie Parce qu'il pleuvait Et il est parti Sous la pluie Sans une parole Sans me regarder Et mois j'ai pris Ma tête dans ma main Et j'ai pleuré. (J. Prévert) ![]() La odio: lei e le sue capatine da quattro soldi. Perché proprio a me? |
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domenica, 18 novembre 2007 || commenti (4)
Concordo con il rag. Fantozzi.
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sabato, 17 novembre 2007 || commenti
Caro blog,
in questi giorni ti sto trascurando un po' troppo. Porta pazienza. In questi giorni sto macinando pagine e pagine in virtù del mio primo esame da reietticola ( = matricola reietta in quanto recidiva e reiscritta al Dams): Istituzioni di storia del cinema. Oggi, per l'appunto, ho terminato di visionare "Ottobre" di Ferdinand Gotthold Max Eisenstein |
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sabato, 10 novembre 2007 || commenti (1)
Sto diventando una secchiona senza speranze. Mi sparo direttamente per endovena litri di tè all'arancia e cannella ( in realtà erano solo quattro tazzone) e vo avanti col muso piantato sui libri ore e ore senza rendermi conto del tempo che passa. Ne consegue che il mio poveropovero blog ne risenta. Perdonatemi, sono diventata una studentessa modello. E' che ad iscriversi ( anzi, reiscriversi) all'università a ventieccetera anni si fa a gara a finire il prima possibile. Adios....mi preparo, per uscire, certo. Avrò ben diritto a una boccata d'aria no?
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domenica, 04 novembre 2007 || commenti (2)
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giovedì, 01 novembre 2007 || commenti (5)
![]() Perché c'è sempre qualcosa di più importante di cui parlare, specie in tivvù. Politica, cronaca, possibilmente nera, gossip a tutto spiano, cose che non ce ne può fregar di meno. E delle cose belle, operazioni rare che signora multimedia concede di rado, silenzio, o quasi. E mi piacerebbe sapere in quanti si sono sintonizzati su la sette martedì sera. Il sergente l'avevo letto anni fa. Paolini, beh, lui lo seguo dal Vajont, da quello che credevo fosse un documentario e si rivelò una drammatizzazione-monologo, potente, sulla ricostruzione di una tragedia. Paolini è così, vero, è uno dei nostri, occchi lucidi, ti fa entrare nel gran gioco del teatro. Basta porgergli la mano. L'attore sa il fatto suo: quello che vuol farti vedere tu lo vedi, mantiene sempre le sue promesse. Il suo sergente incanta e ti porta via lungo le rive del Don (patun-patun-patun). E se all'inizio segui incerto le sue orme, man mano che passa il tempo gli dai fiducia e vieni spazzato via dalla tempesta, dagli umani eventi, da quel sudario di neve trascinato a tempo di marcia. Immagini e scene di un'essenzialità efficace che va a parare esattamente dove deve, dove sa di dover colpire. Indimenticabile come una ferita dimenticata ritrovata persa nel tempo in mezzo alla steppa. E non puoi fare a meno di identificarti nel segente-Paolini che voltate le spalle al pubblico batte la ritirata del vagabondo, il passo e l'andatura che resero immortale Charles Chaplin. Geniale a dir poco l'utilizzo del 'maestrino di scena' in qualità di spalla-attore-rumorista. Il duplice utilizzo della macchina da scrivere; le dita che battono veloci sui tasti a riportar tra noi il miagolio degli spari e il tempo scandito della storia che viene scritta passo passo. I canti degli alpini a far da colonna sonora e il cric crac delle impronte nella neve reso perfettamente dal calpestio di sacchi posti sulla scena. Di spettacoli così non si è mai stanchi. Di ricordare quel che è stato non si deve esserlo mai. Rigoni Stern, commosso, in prima fila, abbraccia Paolini e ringrazia il pubblico. Ascolta: è la voce della storia. |
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domenica, 28 ottobre 2007 || commenti (2)
Update postdatato
Che oltre tutto oggi sono ancor più scombussolata. Dal cambio dell'ora, certo. Sono talmente folatuna da rendermi conto del tutto dopo aver buttato un occhio all'ora del pc boffonchiando stizzita "Ma sei troppo indietro!". Poi ho taciuto davanti all'evidenza. Quando si illumina la lampadina e all'improvviso sei cosciente della tua sbadataggine. Signori e signore della giuria ( cambio repentino d'argomento)...io il libro di cui sotto l'avrei prenotato. Giustifica: per concludere il ciclo di una storia. Va bene, sono senza giustificazioni. Abbiate pietà di me, per lo meno ho evitato l'sms. Quello no, non potrei mai. E così attendo che mi recapitino il pacchetto della discordia, avida di demolire ogni singola pagina, parola per parola. Che, inter nos, non sarà neanche possibile, perché il balengo scrive da dio, cidenti a lui. Già conosco il suo pessimismo cosmico, l'ho sperimentato sulla mia pelle ricidentialui. E poi...Sono curiosa e anche masochista e anche stupida e anche egocentrica...perché magari si è ricordato di me, dico, qualcosa. Non è possibile che mi abbia cancellato completamente. Forse sì. E' naturale.Troppi anni. Cancellata, col bianchetto. Sono solo io che mi ostino a scrostare in superficie. |
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venerdì, 26 ottobre 2007 || commenti (1)
E poi ci si stupisce del fatto che non riesca ad avere una vita sentimentale equilibrata.
Se scopri che quel lui ha appena pubblicato un libro e inconsciamente, ma non troppo, vorresti prenotarne una copia. A costo di legarmi le mani, questa cosa non s'ha da fare. Vuoto mentale, calma, respira a fondo. Io mica ce la faccio. Non è possibile scoppiare a piangere dopo così tanto tempo. Respira, respira. Tanto io il tuo schifosissimo libro non lo compro. Che poi, non si sa mai, mi conosco, potrebbe sfuggirmi un sms per complimentarmi della pubblicazione. Qualcuno viene a legarmi sì o no? |
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mercoledì, 24 ottobre 2007 || commenti
![]() Sono in vena di stupidèrie. Ho bisogno di staccare la spina. Già, nessuno di voi sa: mi sono autoimposta di seguire un corso di inglese gestito da memedesima sicché ogni giorno dedico due ore e mezza circa allo studio dell'idioma (che bella parola!) anglosassone. Poco da ridere capito? E' una cosa serissima. Che dovrò ben sfruttare prima o poi il fatto di avere del parentado in quel di Londra no? E dovrò ben andare a teatro a vedere la Shakespeare Company prima che Ian McKellen muoia, no? ( Ian:che tu abbia una lunga lunghissima vita, capito??) Ho bisogno di una pausa, dicevo. Questa canzone, nonché dolce ricordo della mia infanzia (lacrime a fiumi) la dedico alle paperotte che ho immortalato domenica ai laghi d'Avigliana. Bella la foto (vedi sopra); d'altra parte l'ho scattata io. Non son cose da poco. Sergio Endrigo ° La Papera ° Guarda la papera che papere che fa Guarda la papera che si impapererà Guarda la papera che papere che fa Guarda la papera che si impapererà La papera sciocca fa sempre macelli Vorrebbe volare come gli altri uccelli Per cui è cascata in groppa al cavallo Che l’ha scaricata su un paracarro E poi si è pappata una patata Ed è quasi morta morta strozzata E tante ne ha fatte la mia paperella Che poi è finita finita in padella Ma tante ne ha fatte la mia paperella Che poi è finita finita in padella |
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venerdì, 19 ottobre 2007 || commenti (5)
E sto bene. Ché non tutto va bene, ma va bene. A bordo del fido 13 giungo in una piazza Castello abbagliante tersa d'azzurro. Je m'en fout du mond entier. Attimi fotografati a illuminarmi il viso-naso appiccicato al finestrino, inaspettatamente viva e felice. Sorrido, io e le mie brave piantine di viola del pensiero tra le mani: un dono che so, sarà gradito. Non c'è cosa migliore. Giallo, blu e arancio. Profumo di mele e d'autunno. Nelle orecchie note di saudade, il nuovo disco di Eli.
Non è ancora tempo per telefonare. Voglio aspettare ancora, un giorno magari. Poi passa, passa tutto. Non i giorni come questo, ché le malinconie leggere e dolci, quelle così , vanno serbate in fondo in fondo, laggiù. Quasi le vedo. Ancora, sì. |